L’ECLISSE DI SOLE DALL’AFRICA, OGGI COME 80 ANNI FA.
Così come quest’anno, in occasione dell’eclisse solare del 29 marzo 2006, un gruppo di scienziati italiani si sta preparando per dirigersi in Libia con l’intento di provare un nuovo coronografo, uno strumento adatto allo studio della corona solare, ottanta anni fa, l’astronomo Guido Horn d’Arturo, direttore dell’Osservatorio astronomico di Bologna, organizzò e diresse la missione italiana nell’Oltregiuba per osservare l’eclisse totale di Sole del 14 gennaio 1926. La totalità, allora come oggi, non era visibile dalla nostra nazione ed è per questo che fu realizzata la spedizione in un luogo dove fosse possibile osservare l’intero disco solare oscurato, situazione che rende possibile l’osservazione e lo studio dell’atmosfera solare, in particolare di protuberanze, cromosfera e corona.
Tra i documenti conservati presso l’Archivio storico del Dipartimento di Astronomia dell’Università di Bologna, vi è una gran mole di corrispondenza (dell’ordine di un migliaio di lettere) che Horn scambiò a favore di tale missione e che denotano le difficoltà che egli incontrò nel trovare i finanziamenti necessari.
Nella riproduzione di una cartina dell’epoca dell’Africa orientale è visibile la rotta seguita dal gruppo italiano. Salpati da Napoli il 14 novembre, dopo aver toccato la Sicilia e alcuni porti del Mar Rosso e dell’Oceano Indiano, sbarcarono a Kismaayo, nella Somalia meridionale, il 17 dicembre, avendo percorso più di 3.800 miglia (circa 6.500 chilometri). Da “Chisimajo”, come veniva chiamata la località nel periodo in cui era colonia italiana, il viaggio proseguì su di un’altra imbarcazione per coprire l’ultima breve tratta che separava dalla meta, “Punta Sherwood”, luogo in cui si stabilì la missione italiana.
Gli strumenti che la missione portava con sé consistevano in una ventina tra telescopi, macchine fotografiche, spettrografi, cronometri, strumenti per la meteorologia e due apparecchi radiotelegrafici, uno ricevente ed uno trasmittente.
Gli scienziati che parteciparono furono, oltre al già ricordato Horn d’Arturo, l’astronomo Luigi Taffara, il senatore Guglielmo Mengarini, professore di Fisica presso l’Università “La Sapienza”, e il geofisico Luigi Palazzo, direttore dell’Ufficio centrale di meteorologia e geodinamica.

Da un punto di vista scientifico, il problema che più stava a cuore di Guido Horn d’Arturo era lo studio del fenomeno noto come “ombre volanti”, che si presenta pochi istanti prima e dopo la totalità delle eclissi di Sole e che consiste nel rapido alternarsi di linee luminose e linee scure. Horn aveva già elaborato una teoria che individuava le cause del fenomeno nella mancanza di omogeneità degli strati più bassi dell’atmosfera terrestre e più precisamente nel moto di questi strati d’aria. Tale ipotesi fu confermata trent’anni più tardi da uno studio sulla scintillazione stellare compiuto presso l’Osservatorio astronomico di Perkins ad opera dell’Aeronautica militare statunitense. Ancora oggi l'argomento è oggetto di studio approfondito, si vedano a tal riguardo gli articoli di J.L. Codona del 1986 ("The scintillation theory of eclipse shadow bands", Astronomy and Astrophysics) e di S. Gladysz del 2002.
Nella relazione della missione, oltre ai dati scientifici, vi sono interessanti riferimenti naturalistici ai luoghi visitati. Ad esempio, si dice che «il lavoro della Missione fu agevolato dalla bontà del clima … La trasparenza dell’atmosfera è sorprendente … e l’occhio vi guadagna almeno una grandezza stellare … Questa trasparenza rende indispensabile di giorno l’uso del casco di sughero» per proteggere il capo dai pericolosi raggi solari. In un altro passo troviamo che «il terreno su cui sorgeva l’accampamento era tutto rivestito di ciuffetti e cespuglietti che gli davano l’aspetto del prato, ma la vanga affondata non rivoltava che aridissima sabbia madreporica». A pochi passi dalle tende «nasceva una boscaglia, folta di arbusti e ombrellifere basse e spinosissime, che la rendevano poco praticabile» e che causavano non poche difficoltà alla caccia, mentre la tavola dei nostri scienziati pare fosse sempre ben fornita di «fresco e saporitissimo» pesce.
Horn non risparmia elogi nei confronti delle popolazioni locali che li accolsero con «riguardo e benevolenza» e di quanti si adoperarono con entusiasmo per la buona riuscita della missione.
Concludiamo questa breve nota storica ricordando che il 1926 fu un anno particolarmente proficuo per le missioni scientifiche italiane. Infatti, di questo stesso anno è l’impresa del dirigibile “Norge”, realizzato dallo Stabilimento militare di costruzioni aeronautiche di Roma diretto dal colonnello Umberto Nobile, con il quale il norvegese Roald Amundsen e lo stesso Nobile riuscirono a sorvolare per la prima volta il Polo nord, due anni prima del disastro del dirigibile “Italia” e delle famose vicende della “tenda rossa”.
(http://www.museoscienza.org/aereo/nobile.html)
Bibliografia
G. Horn d’Arturo: “Le ombre volanti”, Memorie della Società Astronomica Italiana, Vol. III, 1924; anche in Pubblicazioni dell’Osservatorio Astronomico della R. Università di Bologna, Vol. I, N. 6, Roma, 1925.
G. Horn d’Arturo: “L’eclisse solare totale del 14 gennaio 1926 osservata dalla missione astronomica italiana nell’Oltregiuba”, Pubblicazioni dell’Osservatorio astronomico della R. Università di Bologna, Vol. I, N. 8, Roma, 1926.